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  Mauro Macchio
Psicologo

Specialista in Programmazione Neurolinguistica tc.Neurofisiopatologia Counseling
Presidente nazionale associazione italiana di programmazione neurolinguistica(AIPNL)


La PNL

La Programmazione Neurolinguistica, altrimenti conosciuta come PNL, rappresenta un mo­do totalmente nuovo di osservare il comportamento dell'essere umano. Alla base dello sviluppo della scienza vi è il porsi domande al fine di “conoscere” ciò che ci sta attorno e i nostri processi interni. Molto spesso la domanda che ha determinato il progresso scientifico è stata “perché avviene?” ciò che avviene. Se Newton non si fosse chiesto “perché è caduta la mela sulla mia testa?” oggi, probabilmente non conosceremmo nulla sulla forza di gravità. Nella psicologia clinica questa domanda è stata rivolta ai vari comportamenti anomali e la risposta che ne è derivata ha condotto all'elaborazione di molte teorie che spiegano il disagio, teorie dalle quali sono sorti i vari approcci psicoterapeutici. Ma la domanda “perché accade?” rivolta al comportamento umano presenta non pochi inconvenienti. Immaginiamo di trovarci ad una festa e di annoiarci a morte. Dopo aver scambiato quattro doverose chiacchiere con il padrone di casa, con l'amico che non vedevamo da tempo, con il tipo che si annoia come noi seduto nella poltrona accanto ci saremo certamente chiesti qualcosa del tipo: “Ma perché sono venuto qui?!”. Un caso analogo è quello del goloso in preda alle sue compulsioni alimentari. Ogni volta che incontra una pasticceria sulla sua strada non resiste, entra e si divora una mezza dozzina di bignè alla crema. Una volta uscito, quasi ritualmente, si sente male, pensa che metterà su qualche altro chilo e si ripromette perciò di non farlo più, il che regge fino alla volta successiva, quando passa davanti all'ennesima pasticceria. Dopo molti tentativi infruttuosi, mentre viene colto da uno profondo sconforto quale sarà la domanda che, con molta probabilità, balenerà nella sua mente? “Ma perché non riesco a smettere?”. Cambiamo ora scenario. Incontriamo per caso un nostro amico che ha scoperto come vincere al Totocalcio. Cosa mai gli chiederemo? “Perché hai scoperto come vincere?”. È l'ultima cosa che ci interessa. Gli chiederemo “Come fai?”, “Qual è il metodo che hai scoperto?”, “Non lo insegneresti per caso anche a me?”. In modo forse poco scientifico ma molto pragmatico si può forse concludere che la domanda “perché avviene?”, se non viene posta da un bambino tra i tre e i sei anni si rivolge soprattutto a ciò che non ci piace piuttosto che a ciò che di piace.

La Programmazione Neurolinguistica si è rivolta soprattutto allo studio del linguaggio verbale, mettendo in luce come esso, nella comunicazione interna, vada strutturando la “mappa del territorio”, il principale strumento di adattamento dell'essere umano. Se gli animali vivono a livello percettivo noi viviamo nella nostra testa, immersi nelle nostre idee, concetti, schemi mentali, teorie e quant'altro. Viviamo in una realtà fatta di linguaggio più che di cose e di situazioni, al punto in cui possiamo affermare che l'uomo che soffre, se non è mancante di cibo, di un tetto sotto cui trovare riparo e se non è affetto da malattie, è “malato di linguaggio”.

Se una persona che soffre per mancanza di cibo, acqua, un tetto sotto il quale trovare riparo potesse trovarsi miracolosamente nelle scarpe di molti di noi più fortunati, farebbe probabilmente salti di gioia. Il paradosso è che noi, almeno nella maggioranza dei casi, abbiamo tutto ciò e tuttavia molto spesso siamo afflitti, tristi, depressi, ansiosi, impauriti ed anche, a volte, disperati. A cosa dobbiamo questo miracolo all'incontrario se non alla realtà costruita sulle descrizioni delle nostre esperienze sensoriali? Come affermava Epitteto duemila anni or sono: “Non sono le cose in se stesse a preoccuparci, ma le opinioni che ci facciamo di esse”. Possiamo immaginare che il nostro cervello sia come il computer di bordo e che noi lo programmiamo continuamente attraverso il linguaggio, senza però essere stati addestrati a farlo. Cosa accadrebbe se salissimo su un 747 e, ricevendo il consueto benvenuto dalla hostess, scorgessimo nella cabina di pilotaggio il capitano con in mano un libretto intitolato “Come pilotare un 747 in tre giorni”? Ci accomoderemmo tranquillamente al nostro posto attendendo di decollare e pensando con desiderio al luogo verso cui siamo diretti? O piuttosto elaboreremmo l'inquietante informazione ricevuta e troveremmo qualche scusa, mormorando concitatamente all'orecchio del nostro compagno di viaggio? La seconda ipotesi è quanto meno più probabile e a renderla tale sarebbero considerazioni del tipo: “Per quale motivo il pilota, che dovrebbe saper già pilotare l'aereo, sta leggendo un manuale su come pilotarlo? Non dovrebbe aver bisogno di leggere quel manuale, quindi cosa lo spinge a farlo? Cosa potrà aggiungere di importante quel manuale, che ora il pilota non sa su come pilotare l'aereo? Anche se i piloti, e il nostro con loro, hanno ogni tanto bisogno di una rinfrescatina alle loro conoscenze tecniche, perché questo ha necessità di farlo proprio pochi minuti prima della partenza?” Tutte queste considerazioni ed altre ancora che si succederebbero molto rapidamente nella nostra mente ruoterebbero attorno ad una d'importanza centrale: il 747 è una macchina troppo complessa per acquisire la capacità di farla funzionare, o semplicemente per perfezionare tale capacità, leggendo un semplice manualetto, oltretutto poco prima di decollare. Probabilmente nessuno che si accorgesse di cosa il capitano stia leggendo resterebbe sull'aereo. D'altro canto tutti gli esseri umani usano il loro cervello senza nemmeno porsi il problema di come vada usato. Il punto è che il nostro cervello è una macchina assai più complessa del 747, che al confronto appare un sonaglino per neonati. La prova? È il nostro cervello che lo ha creato! I bambini non nascono con un manuale di istruzioni per il corretto funzionamento del loro cervello legato al polso con una cordicella e, d'altra parte, le istituzioni didattiche sembrano sorvolare sul problema. A scuola ci vengono insegnate le materie piuttosto che ad usare il cervello per apprendere le materie. Sarebbe un po' come se a scuola guida ci insegnassero i vari itinerari che dovremo poi compiere con l'auto, senza però insegnarci a guidarla. Cosa accadrebbe una volta saliti a bordo e acceso il motore?

La PNL ha scritto il manuale di istruzioni per il corretto funzionamento del nostro cervello, cosa di cui nessuno penserebbe mai di avere bisogno, fino al momento in cui il nostro comportamento ci sfugge di mano. Quando qualcuno si rivolge a noi dicendoci “Usa il cervello!” ci sentiamo alquanto offesi. Basta del resto guardarsi un po' attorno per capire che, come specie umana, forse abbiamo qualcosa da apprendere sul funzionamento della macchina più complessa che si conosca. Il corretto funzionamento del cervello umano ha regole ben precise, che vanno seguite per ottenere risultati desiderati, in qualsivoglia ambito delle attività umane.

Di nuovo, se il nostro cervello è paragonabile ad un sofisticatissimo computer, il linguaggio è paragonabile al programma che lo fa funzionare, quindi la prima cosa da fare è studiare accuratamente la struttura e le modalità di applicazione di tale programma. La PNL è sorta non già dalla domanda “perché avviene?” rivolta ai comportamenti inadeguati, anomali, patologici bensì dalla domanda “come avviene?”. La PNL non è una teoria bensì un modello epistemico, ossia un metodo di conoscenza utilizzato per estrarre la sequenza di fasi del comportamento, sia visibile sia invisibile, che conduce a determinati risultati, sia piacevoli sia spiacevoli. Di fronte al disagio, più che sapere perché avviene abbiamo bisogno di conoscere come stare bene, proprio come nell'esempio del goloso e del nostro amico che ha trovato il modo di vincere al Totocalcio. Nel caso di una persona che si sente depressa la psicologia si è posta prima di tutto l'obiettivo di “spiegare” il perché di tale stato interno, il motivo per il quale il paziente è appunto “depresso”. La PNL si pone invece come obiettivo l'individuazione del “come il depresso riesce a raggiungere un tale risultato”, in quanto sempre di risultato si tratta. Se qualcuno cercasse di sentirsi depresso non è detto che ci riuscirebbe: il problema è che nessuno si pone mai questo obiettivo, ma se qualcuno se lo ponesse scoprirebbe che anche sentirsi depressi è un “risultato”, anche se non piacevole. Il fatto che sia un risultato significa che c'è un modo per ottenerlo, un percorso che la persona ha seguito, pur senza rendersene conto, per produrlo. Uno dei grandi meriti della PNL è essersi posta l'obiettivo di individuare la “struttura dell'esperienza individuale”, appunto il come una persona raggiunga un dato risultato, non importa se piacevole o spiacevole. Essa si è focalizzata sulla sintassi dei processi mentali e comportamentali, ossia dell'esatta sequenza delle loro fasi, al fine di poterli modificare o riprodurre: modificare quelli che danno esiti indesiderati (ad es. un sintomo), e riprodurre quelli che danno invece esiti desiderati (ad es. la capacità di imparare velocemente una lingua straniera). Il fatto che l'attenzione sia qui costantemente posta sul processo piuttosto che sul contenuto riflette la convinzione che il problema dell'essere umano non sta, appunto, nel cosa gli capita in un dato momento, quanto piuttosto nel come egli organizza la sua esperienza. Le persone con cui intrecciamo rapporti, le situazioni in cui ci troviamo, i luoghi che abitiamo, le attività che svolgiamo sono cangianti: ciò che rimane costante, quale comune denominatore di molte situazioni diverse, è il processo.

Ciò che maggiormente distingue la PNL da una teoria è dunque il proposito di individuare modelli piuttosto che elaborare teorie. Non a caso i creatori di questa “scienza dei modelli”, che ha pressappoco trent'anni, non sono degli psicologi, bensì un matematico, Richard Bandler, e un linguista, John Grinder. Essi hanno costruito questa disciplina sulla base di scienze quali la cibernetica – da cui deriva l'importanza della scelta (vedi la “legge della varietà necessaria”) e l'importanza del feedback (ossia il principio di retroazione), la neurologia (vedi i “segnali d'accesso” come aspetto determinante della comunicazione non verbale), la linguistica – in particolare la grammatica generativa di Noam Chomsky (da cui viene tratto il Meta Modello), la matematica (in particolare la teoria dei tipi logici di Russel e Whitehead) e, ovviamente, la psicologia – in particolare l'indirizzo cognitivo (vedi il concetto di cervello come sistema di elaborazione dati) e quello comportamentista (in particolare il “condizionamento classico”, da cui viene tratta la tecnica dell'“ancoraggio”).

Pur essendo debitrice a queste scienze, la PNL trae tuttavia la sua impronta operativa dall'attività di “modellamento”: Bandler e Grinder hanno infatti reso espliciti, ossia trascritto fase per fase, i procedimenti di “maghi” della psicoterapia quali Milton Erickson, Fritz Perls, Virginia Satir ed altri ancora, che li utilizzavano in modo alquanto efficace anche se spesso empirico, senza cioè rendersi conto di tutte le fasi operative. Questo fatto appare la regola piuttosto che l'eccezione nel caso dei comportamenti efficaci, nella misura in cui essi sono posti in atto in automatico, ossia al di fuori dell'ambito della consapevolezza.

 
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